Il dramma della disoccupazione e il pianto di quella bambina in Municipio

”Poveri in riva al mare”, Pablo Picasso (1903)

Mi sono recato in Municipio per alcune faccende politiche e consiliari. Nei locali di ingresso mi intrattengo a parlare con uno dei responsabili dell’Amministrazione.  Ci appartiamo, continuiamo a conversare, a discutere di politica, di gestione dell’Ente e dei problemi della Città. Ad un certo punto veniamo interrotti da un signore, che si fa coraggio e chiede di essere ascoltato. E’ turbato. Vuole parlare con l’amministratore. Mi chiede scusa, capisco che la situazione sia urgente. Rivolgendosi all’ amministratore rivendica qualcosa, ha bisogno di soldi, per comprare le medicine alla sua famiglia, per potere avere tranquillità. Mi riconosce e nel parlare si rivolge anche a me. Ascolto con interesse la conversazione tra i due, che si fa sempre più animata. Il cittadino dice che non può più aspettare, l’amministratore lo invita ad aspettare ancora, gli dice che non ci sono soldi. Lui insiste, toglie delle carte, mi mostra le ricette mediche della moglie, che nel frattempo sopraggiunge con una piccola bimba tenuta per mano. La bimba è minuta, quattro o cinque anni al massimo, graziosa, vestita di bianco. La moglie è turbata, vestita di nero e ha gli occhi rossi della rabbia. Moglie e marito sono nervosi, agitati. Alzano la voce contro l’esponente della Giunta. Lui cerca di rassicurarli, loro si allontanano, noi riprendiamo a conversare, parlando questa volta di loro. L’amministratore mi dice che l’uomo è solito venire in Municipio a chiedere soldi e mi rassicura sulle politiche sociali. Ad un certo punto Lui torna, non vuole cedere, è stanco di aspettare. Dice di aver chiamato i carabinieri, mi cerca il numero sul display del telefonino per dimostrarmi che stia facendo sul serio. Mi riavvicino a loro, chiedo all’uomo di raccontarmi la Sua vicenda, gli chiedo se lavora, quale siano i problemi. Lui, un po’ rassicurato da questo mio interesse, prova a calmarsi e mi spiega. E’ senza lavoro, ha fatto qualche lavoretto così, ma non trova occupazione e ha bisogno di soldi. Intorno a noi tutto prosegue tranquillo, è una scena in fondo a cui molti li dentro sono abituati.  La moglie tiene la bimba per mano, ed entrambe sono a fianco a Lui. L’amministratore è a fianco a me. Mentre l’uomo mi parla l’attenzione mi va allo sguardo preoccupato della bambina, evidenziato da un paio di occhiali neri che le adornano il piccolo ed esile volto. E’ attonita ed impaurita. Guarda il papà preoccupata dal basso verso l’alto. Lo vede turbato,  lo chiama per farlo smettere. Non sa chi siamo, non capisce in fondo perché il papà si rivolga a noi, non sa in fondo cosa sia quel luogo. Mi avvicino per accarezzarle il volto e tranquillizzarla, chiedendoLe il nome. Ma non appena mi avvicino con la mano, rompe in un silenzioso pianto, non ce la fa più. Ha resistito troppo. Nel frattempo arrivano i carabinieri ed altra gente, la famiglia e l’amministratore escono davanti la porta a parlare con loro. Io resto da solo per qualche attimo e li osservo da dentro. All’arrivo di questi due carabinieri, l’uomo spiega le Sue ragioni, l’amministratore le Sue, e se ne va. Ritorno alle mie intenzioni iniziali e mi dirigo verso l’ufficio. Un funzionario arriva e mi offre il caffè alla macchinetta, vuole sdrammatizzare, mi dice che molta gente ha l’abitudine di chiedere soldi e poca voglia di lavorare. Gli credo, ma rispondo che è gente che ha comunque bisogno di lavorare, immaginando per loro un’occupazione dignitosa. Faccio tutto quello che devo fare, e torno a casa. Ma il pianto di quella bimba mi ritorna in mente. Non il pianto di una bimba capricciosa. Lei aveva cercato di mostrarsi grande in quella situazione difficile e probabilmente nuova,  in cui ha resistito  a lungo impaurita. Lei non recitava nessun ruolo. Non aveva bisogno di mostrare alcunché. Ha pianto perché ha visto i genitori disperati dal dramma della disoccupazione e della povertà. Ed il Suo pianto, vero, non posso dimenticarlo.

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