Intervista a Padre Maurizio Dodaro, guardiano del Convento di Sant’Umile da Bisignano.

Sono trascorsi circa otto mesi dall’indimenticabile e commovente 19 maggio 2002, giorno in cui il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ha proclamato Santo della Chiesa Universale, Frate Umile da Bisignano. Una giornata che, come qualcuno ha affermato, non può rimanere nella superficie dell’emotività occasionale ma deve penetrare negli animi affinchè segni l’inizio di un nuovo tempo.

1.       Padre Maurizio, qual è l’insegnamento di vita di Sant’Umile da Bisignano e perché Egli, a più di trecentosessantacinque anni dalla morte, può essere considerato una figura attuale?

L’attualità di quest’uomo e frate calabrese, vissuto in tempi lontani da noi, è nella capacità di saper rispondere alle provocazioni del tempo e del momento storico con una logica fuori dai conformismi che caratterizzano la storia dell’uomo. Un modo di porsi difronte a Dio, alla Chiesa e al mondo che, al di là dei metodi del tempo, rimane una possibilità per l’uomo di ogni tempo. E’, il nostro Santo, un uomo appassionato di Dio e dell’uomo, in particolare appassionato alla gente della sua terra. Non è un uomo distaccato, al di sopra di tutto, ma dentro la storia e per questo un maestro per ogni generazione che ha bisogno di modelli capaci di raccontare e mostrare la possibilità di un intervento decisivo, nel proprio momento storico, seguendo la radicalità del Vangelo che per noi cristiani è la Parola giusta per ogni tempo.

2.       In un’intervista precedente la canonizzazione, Lei ha lasciato trasparire un velo di preoccupazione circa il rischio, da parte della comunità cristiana di Bisignano, di non avvalersi della straordinarietà dell’evento in questione. Come ha risposto la nostra comunità al sorgere di questa che possiamo definire una nuova alba spirituale?

Grazie a Dio, è il caso di dirlo, quelli che più hanno vissuto l’evento sono stati coloro che di Sant’Umile hanno amato la sua umiltà. La risposta che più ci aspettavamo come fraternità francescana era di carattere spirituale, e questa non è mancata. Considerato il fatto che la frequenza normale alla vita ecclesiale non è alta, la risposta è stata di una buona partecipazione all’evento. Certo chi si aspettava una risposta in termini più consumistici è rimasto deluso. Noi frati non abbiamo avuto né abbiamo intenzione di far diventare Sant’Umile un prodotto di consumo, ma intendiamo presentarlo, così come nell’intenzione della Chiesa, come un modello di vita umile e di servizio appassionato.

3.       Paolo VI affermò che il nostro tempo ha più bisogno di testimoni che di maestri. Sant’Umile è stato un eccelso testimone di valori morali e cristiani tra i quali spiccano in particolar modo l’umiltà, il servizio generoso, la mitezza d’animo e il distacco dai beni effimeri del mondo. Ma bastano queste virtù a migliorare un mondo dove la prima regola sembra essere… “sopravvivenza a tutti i costi”?

Alla “sopravvivenza a tutti i costi”, Sant’Umile contrappone non tanto le virtù che sono un mezzo ma l’evangelico “perdere la vita per Cristo”. Con questo voglio dire che il mondo non si cambia cercando di sopravvivergli e quindi tenendolo estraneo alla vita, ma entrandoci dentro con passione, accogliendone anche le contraddizioni, non lasciandoci fagocitare dalla sua logica ma restandoci dentro con la propria fede e con la convinzione che l’amore sia una potenza capace di cambiare ogni cosa. Utopia? Per chi crede in Gesù Cristo, come Sant’Umile, è una certezza che niente e nessuno potrà intaccare.

4.       E’ diventata ormai opinione diffusa e comune quella che ritrae la nostra come una società povera e bisognosa di valori autentici. E’ così secondo Lei? E se è così, cosa si sente di dire a noi giovani, figli di Sant’Umile e genitori del domani?

E’ tempo di smetterla di piangersi addosso. Quelli che siamo è il frutto delle nostre scelte e del nostro modo di vivere. Se i valori non ci sono è perché li abbiamo abbandonati. Ma io ho fiducia negli uomini, nonostante tutto, perché così mi ha insegnato il Signore. In voi giovani vedo tante possibilità, ma l’elemento che manca più di tutti è la capacità di rimanere fedeli alle scelte.  Troppo spesso le scelte sono legate ad un relativismo che non dà lunga vita alle esperienze vissute. Il seme infinito che è nell’uomo va curato con fedeltà. Un po’ di fedeltà che dia carattere di definitività, è una cura buona che darà frutti a lungo termine. Non credete a chi dice che l’amore può finire. Dio è amore e Lui non muore mai.

5.       Padre cosa non dimenticherà mai di questo irripetibile avvenimento storico e religioso?

Tre cose: 1) il momento in cui ho comunicato il 26 febbraio 2002, al frate più anziano della mia fraternità di Bisignano, P. Modesto Calabretta, la data di canonizzazione. E’ il frate che più di tutti ha lavorato e creduto alla santità di Sant’Umile. 2) La gioia e il pianto della gente semplice per il traguardo raggiunto. 3) la possibilità che questo evento mi ha dato nel comprendere quanto ami la mia terra e la sua gente.

6.       Per ultimo vorrei chiederLe quali sono, da parte della Comunità Francescana di Bisignano che Lei rappresenta, le speranze per il futuro?

Nell’immediato, ciò che speriamo è che Sant’Umile sia sempre più conosciuto ed amato. Per il futuro speriamo di crescere nella testimonianza semplice e coerente di frati in terra per noi sempre più santa. E infine vedere la gente di Sant’Umile seguirne l’esempio facendo diventare santuario non solo il convento ma l’intero territorio. Esagerato? Siamo abituati ai miracoli.

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Bisignano, lì 26 gennaio 2003.  

Francesco Lo Giudice

 

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