Intervista sul giornale Nòtia per l’uscita del libro

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1. Come nasce l’idea di scrivere questo libro?
Grazie innanzitutto per l’intervista e complimenti per il Vostro progetto editoriale. L’idea credo sia la stessa che ha mosso Voi a fondare il giornale, ossia contribuire nel creare un futuro migliore al nostro Paese, ora in seria difficoltà. Ho pensato infatti potesse rivelarsi utile raccogliere e proporre in un’unica pubblicazione gli scritti prodotti finora sul sottosviluppo di quella parte d’Italia che abitiamo con sofferenza e disagio. Soprattutto a noi giovani.

2. C’è stato un evento particolare che ti ha indotto alla stesura del libro?
E’ una cosa che volevo fare da tempo. È stato il periodo di crisi che mi ha convinto della improcrastinabilità di partecipare al dibattito in corso sulla ripresa della nostra Regione e della nazione nel Suo complesso.

3. Cosa intendi per “rivoluzione culturale”?
Ho maturato la convinzione che il progresso proceda sostanzialmente su due binari: quello economico e quello etico. Cioè a spingerci a migliorare noi stessi e la realtà che ci circonda è solitamente l’economia (ciò che riteniamo utile) e l’etica (ciò che riteniamo giusto). Li definisco binari perché si muovono parallelamente e sono in certo senso complementari. Il prevalere dell’uno sull’altro genera un rallentamento del progresso o addirittura un regresso delle società umane. Leggendo così la questione meridionale, ritengo non basteranno gli impegni economici (statali ed europei) se, nel contempo, le collettività delle regioni meridionali non ci predisporremo, con coraggio, a nuove forme di comportamento, sia nell’agire che nella rappresentazione della nostra realtà. Per cambiare l’Italia è necessario cambiare il Sud (come dico nel titolo); ma per cambiare il Sud è necessario enucleare in noi stessi, più che nell’azione dello Stato, la causa e la soluzione dei nostri mali sociali. Sono processi che sembrano impossibili, ma che possono invece realizzarsi nell’arco di pochi anni per le circostanze che elenco nel libro.

4. Qual è il rapporto che intercorre tra il cambiamento da attuare nel Sud e quello da attuare in Italia?
C’è una tendenza abbastanza diffusa nell’approcciarsi a questo problema in maniera manichea: c’è chi sostiene che il problema non esista; c’è invece chi sostiene che il problema esista e sia irrisolvibile. Io propongo una mediazione: il problema c’è e si può risolvere! Per farlo, è necessaria quella che io definisco una congiuntura tra la volontà dei Governi nazionali e la volontà delle popolazioni meridionali e dei loro governi locali. Congiuntura possibile per il particolare momento di crisi e per le trasformazioni avvenute in questi ultimi anni. Ci dev’essere un <<intento di unione capace di superare ogni gravità>>, come dice Placido Malagrinò, autore degli stupendi disegni inseriti nel testo. L’Italia si è sviluppata in maniera diseguale. Non possiamo continuare a considerarla una cosa fisiologica o irrisolvibile. È vero, la popolazione italiana ha problemi simili su tutto il territorio, ma nelle regioni meridionali questi problemi non solo si sono aggrovigliati e aggravati ma hanno creato a loro volta nuovi specifici problemi, come quella condizione psicologica collettiva che io definisco una sorta di ‘’sindrome di stoccolma’’.

5. Nel tuo libro affermi: L’essere nato e cresciuto nel sud dell’Italia, in Calabria, mi ha dato modo di vivere contraddizioni che altrove, probabilmente, non avrei vissuto e sulle quali non avrei riflettuto a sufficienza: Che consiglio daresti a un giovane meridionale che decide di lasciare la propria terra e “fuggire” altrove?
Nei confronti di un sistema sociale percepito come ingiusto – insegna Hirschman – si può reagire in tre modi: adattarsi, andarsene o protestare. Finora abbiamo preferito le prime due reazioni. Il mio appello è che si inizi a privilegiare la terza, non solo protestando, ma mettendo in atto comportamenti più proficui e più giusti. E’ chiaro, che nell’epoca della mobilità internazionale, nessuno deve sentirsi chiuso nei propri confini. Il problema però è che da noi l’emigrazione, ora soprattutto intellettuale, è unidirezionale sia perché non torna chi va via sia perché nessuno, da quelle regioni e Paesi in cui andiamo, viene a vivere da noi. Oggi siamo meta di emigrazione di cittadini africani e dell’est Europa, e ne parlo rivelandone l’apporto di ricchezza che questo comporta alle nostre regioni e al nostro Paese. Al giovane quindi che sta pensando di andare via per non tornare, suggerisco di fare qualche altro tentativo per restare.

6. In merito alla questione meridionale trattata nel testo, quali sono le possibili soluzioni che hai individuato?
Offro più soluzioni sul piano etico che su quell’economico. Non perché dia più importanza al primo (considero, come detto sopra, i due aspetti paralleli e complementari) ma perché il secondo dipende più che altro dalla volontà dei Governi nazionali e locali. Le proposte di soluzioni, che preferisco si leggano sul libro perché lì sono argomentate in maniera ordinata, attengono all’impegno personale nella direzione del rispetto delle leggi della Repubblica, alla possibilità di cogliere le opportunità dell’epoca contemporanea e a una diversa rappresentazione della realtà meridionale, finora rivelatasi una sorta di trappola. Queste soluzioni di natura etica agiranno sul sistema economico, ma da sole non basteranno. Nel testo propongo anche soluzioni di tipo economico, quali nuove politiche pubbliche rivolte soprattutto agli investimenti sullo stato sociale e sulla valorizzazione delle infinite e preziose risorse – soprattutto umane – presenti nel sud; alle cooperazioni istituzionali, a investimenti infrastrutturali. Sono quasi impaziente di ascoltare le proposte che verranno da chi leggerà il libro e parteciperà alle presentazioni.

7. Qual è la tua idea del Mezzogiorno?
Una grandissima macroregione italiana ed ora europea in cui si sono concentrate, fuse e confuse, sia le contraddizioni della nostra storia repubblicana sia, più in generale, le contraddizioni del sistema economico di tipo capitalistico. Il fatto che, come detto, il sud ha assolto a una funzione passiva dello sviluppo nazionale non è solo il risultato di incapacità interne ma anche, e direi soprattutto, il frutto di volontà politiche ed economiche di carattere nazionale che hanno sostenuto fin qui politiche industriali e finanziarie di natura duale che ci hanno penalizzato. Lo spiego bene parlando di scambio tra risorse umane e merce di consumo. E’ un sistema però non più adatto a garantire crescita e progresso a tutto il Paese, e per questo è necessario cambiarlo, proprio dove si è arrestato. Mi piace immaginare infatti il sud alla stregua di un metaforico capolinea, in cui un modello sviluppo (ormai insostenibile, che ha visto le regioni meridionali svolgere un ruolo simile a quello di colonia interna) termina la sua corsa, e un altro modello di sviluppo (più equo e sostenibile a livello economico, sociale e ambientale) si genera e parte in direzione contraria a quella percorsa finora.

8. Quali sono i meriti della globalizzazione e in che modo essa è riuscita a farci prendere realmente coscienza della nostra condizione sociale, economica e culturale rispetto agli altri paesi?
Sono un sostenitore della globalizzazione. Essa ha connesso il mondo e lo ha avviato a diventare un’unica grande società. Grazie ai moderni strumenti di comunicazione oggi si può essere informati di tutto in quasi ogni parte del Paese. E’ finito insomma l’isolamento e questo è un bene soprattutto per quei territori periferici come il sud dell’Italia. Si pensi al ruolo che internet e i social networks hanno avuto per le cosiddette primavere arabe e stanno avendo nel trasformare la democrazia italiana oggi. La globalizzazione però nel mentre ha liberato i popoli dall’isolamento, li ha soggiogati commercialmente e culturalmente. Ma anche su questo ci sono importanti processi di cambiamento in atto, come la glocalizzazione, ossia la mediazione tra esigenze globali ed esigenze locali; la tendenza a valorizzare i luoghi, le loro culture e le identità locali, in dinamiche di respiro internazionale. Così il sud Italia potrà affermarsi sui mercati e nei contesti culturali di tutto il mondo senza stravolgere, anzi promuovendo, la sua cultura mediterranea.

9. All’interno del testo parli di Sindrome di Stoccolma collettiva per definire il controverso rapporto che la comunità ha con le organizzazioni criminali. Come pensi si possa superare?
Parlo della sindrome di Stoccolma per spiegare la strana mentalità di noi italiani meridionali. E dico che questa situazione può essere definitivamente superata investendo sue due tipi di emancipazione: quella culturale e quella economica. L’emancipazione culturale ci rende informati, consapevoli e quindi liberi, quella economica ci permette di proteggere la libertà acquisita e la relativa dignità. Per favorire questi due tipi di emancipazione vanno investite risorse economiche ed esercitate volontà politiche. Non possiamo più consentire altri martiri civili, come le vittime di mafia. E’ ora di invertire questa tendenza con sinergie istituzionali e sociali, nuove politiche industriali e scolastiche. Al riguardo riporto significative esperienze che ho vissuto in prima persona.

10. In che modo il tuo libro può essere uno spunto di riflessione per la nostra comunità?
E’ una raccolta di scritti che unisce settori e argomenti diversi, dalla sanità al lavoro, dall’ambiente, alla politica, all’economia. Tutti riguardanti il dualismo economico e sociale del nostro Paese e ora anche dell’Europa. Ragion per cui ognuno Vi potrà trovare spunti interessanti di riflessione e di azione. Riflessioni molto interessanti sono contenute inoltre nella prefazione di Gianni Pittella – vicepresidente del Parlamento Europeo – e nella postfazione di Franco Laratta – giornalista e deputato fino alla scorsa legislatura. Infine, in accordo con l’editrice Antonietta Meringola, ho deciso di aggiungere come appendice del libro la Costituzione italiana, carta fondamentale dei nostri diritti e dei doveri, in modo che ognuno possa misurarsi con i princìpi e le norme in essa contenuti.

 

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