Il mio intervento al convegno sulle riforme con Gianni Pittella a Bisignano

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E’ la prima volta che il Presidente Pittella viene nella nostra Città, ne siamo onorati, e siamo certi che ci ritornerà presto con piacere. Devi sapere caro Gianni che Bisignano ha un passato glorioso, che già nell’anno 1020 fu proclamata Città, e che dal 1461 è stata il capoluogo dell’importante principato dei Sanseverino fino ai primi del XIX secolo. E’ una città che ha vissuto intense lotte politiche per l’affermazione dei diritti civili e sociali ed è città dalle mille risorse e potenzialità legate alla storia, al territorio e all’agricoltura, all’arte, all’artigianato, alla religione. Risorse che meritano di essere valorizzate sempre di più, anche grazie alle opportunità offerte dai fondi strutturali europei. Saluto e ringrazio inoltre tutti Voi per la partecipazione, in particolare i graditi ospiti venuti da fuori Bisignano: oltre a Pasquale Nestico, anche Daniele Marconcini, dirigente del Pd Lombardia, l’on. Sandro Principe, il Sindaco di Alessandria del Carretto (Cs), la delegazione comunale venuta da Maierato (Vv), i segretari colleghi e compagni dei circoli di Montalto, Lattarico, Francesco Capocasale già Sindaco di Dipignano e Gennaro Nicoletti, già Sindaco di Santa Sofia d’Epiro e altri che ora non ricordo. Stiamo vivendo un momento difficile, una ‘grave ora’ come la chiamava Luigi Sturzo. Un momento che ‘non possiamo vivere distrattamente senza mortale pericolo’, come diceva Giovanni Amendola. Per superare il quale è necessario dimostrare ‘’una grande fermezza di carattere e una grande precisione di idee’’, capaci di farci resistere al naufragio di ogni speranza. Quando la democrazia è in crisi, il solo modo di difenderla è quella di darsi da fare per cambiarla, diceva Vittorio Foa. Si cambiarla, perché le crisi ‘’paiono traversie e sono invece opportunità’’, come ci ha insegnato un altro grande italiano, Giovanbattista Vico. Del resto, scriveva Giovanni Amendola che ‘’la vita di un popolo presenta di continuo problemi nuovi, i quali richiedono, talvolta, revisioni radicali’’. Le riforme di cui parliamo oggi sono appunto la volontà politica, fatta governo, di cambiare il nostro Paese. Cambiarlo in meglio per farlo avanzare. Non come ha fatto la Gran Bretagna che, sopraffatta dallo scoraggiamento per la crisi, ha deciso di cambiare il Paese in peggio votando per lasciare l’Unione Europea e retrocedere. Al punto che Chris Patten, Rettore dell’Università di Oxford, a proposito della Brexit, dalle colonne del Sole 24 ore del 7 agosto, si chiede: ‘’Il Regno Unito continuerà a essere un Paese con una società pluralista e tollerante, fiero delle sue istituzioni e delle sue tradizioni, e ammirato in tutto il mondo per i suoi valori?’’   Le riforme fatte dal Governo italiano sono tante, innovative e di un certo rilievo: Riforma del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, della scuola, della legge elettorale, delle banche popolari, della Costituzione, del fisco. Un dinamismo, quello del governo Renzi, necessario al nostro Paese, uscito stanco, deluso e diffidente da vent’anni di berlusconismo, e impaurito dalla recessione economica. Molte polemiche, alcune delle quali in verità anche fondate. Ma non esistono leggi perfette! Esiste invece la paura di cambiare. Ma è meglio essere approssimativamente nel giusto che decisamente nell’errore. Molte accuse invece sono strumentali. Come quella che il Governo Renzi non sarebbe un governo di sinistra. E’ un governo che va a sinistra o destra? In molti si chiedono. E’ un governo che va avanti! avrebbe detto De Gasperi. E andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale. E’ proprio quest’ultima la meta del Partito Democratico che, in questo frangente storico, sta dimostrando di non avere quella ‘’paura di governare’’ un Paese complesso e particolare come l’Italia  (che caratterizzava invece, a dire di Vittorio Foa, il centro sinistra precedente). ‘’Occorreva rompere gli indugi in un momento di profonda trasformazione storica della società’’ (sempre per citare Luigi Sturzo) e lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo, con non poche difficoltà. Fare le riforme è infatti una delle imprese più difficili che toccano agli uomini politici e di governo. E’ difficile poiché non esistono riforme indolori – scriveva il saggista Carlo Cassola – in quanto ogni vera riforma mette fine a un privilegio. E farle, spesso, non è sufficiente. Bisogna anche saperle comunicare. ‘’Seppure richieste infatti dalla giustizia sociale, – diceva ancora Alcide De Gasperi – esse riusciranno sterili se non saranno accompagnate da un’azione di difesa morale ed educativa’’. E continuava dicendo: ‘’Le esperienze ci dicono che le sole opere di riforme non bastano, che anzi se alle opere non si accompagni la forza dell’idea, e della parola, esse possono, politicamente e socialmente, inasprire i conflitti sociali, introdurvi i nuovi fermenti di disagio e ribellione’’. Ecco perché siamo qui oggi. Per difendere il coraggio di cambiare, ora che cambiare risulta indispensabile a conservarsi e a progredire. Indispensabile da tanto tempo ormai superare il bicameralismo paritario e creare una camera di rappresentanza dei territori. Fare cioè una riforma di struttura dell’architettura del Paese, che mancava. Si chiedeva infatti tempo fa Norberto Bobbio: ‘’Ci sono state in Italia finora riforme di struttura? E se non ci sono state, quali sono quelle che possono chiamarsi tali nel programma della sinistra?’’ Ma ‘’in Italia le questioni costituzionali continuano a essere considerate come questioni di forma’’ scriveva  Piero Gobetti all’inizio del Novecento. Come dargli torto: tanto che si sente dire spesso: ‘’non cambiamo la Costituzione perché è tra le più belle al mondo’’, ignorando il fatto che la riforma riguarda la seconda parte della Costituzione, cioè non quella dei principi e dei valori (la prima parte, effettivamente bellissima), ma quella che organizza il funzionamento, ad oggi inefficace, dello Stato italiano. Tali riforme stanno portando esiti positivi. Hanno già di fatto invertito la tendenza economica del Paese e l’Italia è ricominciata a cresce: + 0,7% rispetto all’anno precedente. La ripresa, dunque, è ancora lenta ma c’è! La vera grande riforma che manca ora è quella per il Sud. Il nostra amato e maltrattato Sud che vede oggi, a seguito dei cambiamenti per lo più silenziosi ma epocali avvenuti negli ultimi decenni, sbilanciato il rapporto tra potenzialità e problemi a favore delle potenzialità, cosa mai avvenuta prima dalla nascita della Repubblica a oggi. Il Masterplan è un inizio non da poco. Ma è necessario che il Governo italiano faccia al Sud ciò che la Germania ha fatto con l’Est all’indomani della caduta del Muro di Berlino, ossia investire in infrastrutture, beni e servizi per attrarre investimenti privati e incoraggiare la crescita civile ed economica dei nostri territori. In questo senso,  il futuro dell’Italia si gioca a Sud, come ho cercato di spiegare nel mio nuovo libro, dallo stesso titolo. E i più recenti dati statistici ci confermano che il Sud può farcela, perché nell’ultimo anno esso è cresciuto più del Paese e c’è stato un aumento considerevole di imprese e start-up  giovanili. Il Sud può dare vita a un nuovo boom economico italiano e può farlo in modo nuovo e sostenibile.   In conclusione, la situazione attuale è complicata ma è possibile uscirne e avviarci a un nuovo luminoso destino nazionale. E’ come un labirinto. Dove l’uscita c’è, ma è difficile da trovare. Se si insiste, come stiamo già facendo, sulla strada delle riforme e del progresso, sono certo che ce la faremo. Grazie a tutti e auguri.

Sala Consiliare, Bisignano 23 agosto 2016
Francesco Lo Giudice

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